27 de dez. de 2007

24 de dez. de 2007

22 de dez. de 2007

o que quer dizer

O que significa «feliz natal»?
Com quantos silêncios se compra um «feliz natal»?


9 de out. de 2007

ainda os segredos de Isabella Cortese: Trattamenti cosmetici dal passato e del presente

(roubado daqui)



QUANDO LA PELLE È GRASSA E IMPURA

"...la mattina quando vi levate dal letto, o stando a letto, estendevi il saponetto pel viso in su la faccia, poi quando sarete vestita, con una imboccata d'acqua bagnerete un drappo, e con quel ne laverete la faccia a poco a poco insaponando fin che tutto si lavarà...e la faccia resterà lucente, che questo saponetta la netta e mangia le panne, le lentiggini e se la donna ha la pelle grassa tengalo un'ora...e serà ben fatto". Sono le indicazioni e gli usi di un "saponetto pel viso" fatto con tre libbre di sapone tenero di buon olio, una quarta di zuccaro candi, una di borace, e un quarto di una quarta di canfora. Vale a dire quasi un chilo di sapone molle mescolato accuratamente con 200 grammi di zucchero candido, 200 grammi di borace e tre once di canfora; il tutto veniva emulsionato con succo di radice di giglio bianco. Un discreto "latte di pulizia" che serviva a "conservar la faccia" inventato tre secoli or sono da una nobildonna veneziana di nome Isabella Cortese autrice di una celebre raccolta di "Secreti cosmetici" che costituì per almeno un secolo una sorta di best seller dei manuali dedicati alla cura della persona. Un libro che tenne banco nelle librerie, e forse anche nelle spezierie, dal 1561 - data della prima edizione a noi nota (I Secreti de la Signora Isabella Cortese) - al 1677, vantando il successo di almeno 15 edizioni diverse.
A quei tempi non si amava molto, si sa, l'uso del sapone e anche questo ricettario lo manifesta palesemente, tuttavia la nostra Signora, che aveva una naturale propensione per le "debolezze" del bel mondo, insisteva nel cimentarsi ad insegnare alle signore del suo rango a farsi pomate ed empiastri per liberarsi da quelle fastidiose e sconvenienti impurezze della loro pelle.L'uso degli impacchi da applicare sul viso con lo scopo di "nettar la pelle" da volgari inestetismi era poi molto frequente fin dai tempi più antichi. Si trattava di vere e proprie maschere di pulizia, o "mute", come venivano definite, fatte per lo più con farine vegetali, farine di tuberi ad alto contenuto di saponine, impastate con argilla, chiara d'uovo, gomma arabica, colla di pesce e miele. Si tenevano sul viso per alcune ore o per una intera notte a seconda dei casi.Quando si limitavano all'impiego delle farine vegetali, del miele o dell'olio di mandorle, queste "mute" per certi aspetti non si discostavano molto dalle moderne maschere di pulizia, ma diventavano un vero e proprio supplizio quando, con la promessa di far la pelle bianca come l'avorio, proponevano intrugli di uova e farina di senape da tener sul viso "fin tanto che la pelle potrà soffrire" per poi togliere il tutto con un singolare tonico-detergente come l'urina.


La bardana C'è un'erba, in ogni caso, che sembra essersi resa utile a tale scopo fin dai tempi più antichi: il suo nome è Arctium Lappa, in altre parole quella sorta di cespuglio a foglie larghe e provvisto di numerose caratteristiche infruttescenze ricoperte di squame uncinate che si appiccicano ai vestiti, nota a tutti con il nome di "bardana". Uno dei più antichi erbari miniati del Medioevo, a cui è stato attribuito il nome di Herbarium Apulaei, la raffigura in tutta la grandezza delle sue foglie e la celebra quale rimedio utile contro un numero infinito di malattie compresi quei "vulnera omnia" che causavano gli inestetismi cutanei.
Non erano certo fantasie miracolistiche se consideriamo - alla luce delle recenti scoperte farmacognostiche - che la bardana contiene, in tutte le sue parti, un principio di natura lattonica definito arctina che sembra esercitare un'azione batteriostatica di notevole efficacia. Questo principio attivo fa della bardana - in particolare della sua radice - un efficace rimedio contro la foruncolosi, l'acne e le piodermiti in genere. Il trattamento è prevalentemente per uso topico sotto forma di creme, lozioni e detergenti a base di estratti di bardana, ma può essere anche per uso interno mediante l'assunzione di un semplicissimo decotto fatto con la sua radice essiccata.


TRATTAMENTO ANTIACNE ALLA BARDANA
Estratto di bardana g 10
Estratto di ginepro g 5
Estratto di timo g 5
In soluzione fisiologica e agente gelificante qb ml 50
Per il trattamento topico dell'acne

TONICO PURIFICANTE DEL VISO ALLA BARDANA
Estratto di bardana g 10
Estratto di timo g 5
Estratto di calendula g 5
Soluzione fisiologica qb ml 100
Da applicare sul viso, come impacco purificante, dopo la pulizia serale.

CREMA PURIFICANTE DEL VISO ALLA BARDANA
Estratto di bardana g 5
Estratto di calendula g 2
Estratto di propoli g 1
In emulsione cremosa non ionica qb ml 50
Da applicare sul viso dopo la pulizia.

Introduzione ai Secreti di Isabella Cortese







(texto copiado daqui)

INTRODUZIONE AI SECRETI DI ISABELLA CORTESE
a cura di Massimo Marra


Una vasta e dimenticata produzione, quella alchimistica italiana che, tra il XVI ed il XVII sec. rinveniamo in una serie di opere a stampa, spesso neanche repertoriate nelle bibliografie internazionali.Il libro della Cortese, per la molteplicità di edizioni note, è ben conosciuto, eppure relegato nel limbo di una produzione considerata minore, del cui valore sarebbe forse il caso di operare una rivalutazione.Tra le poche donne alchimiste di cui sono note opere a stampa, in Italia, il caso di Isabella Cortese è emblematico. I suoi Secreti ebbero diverse ristampe, e conobbero diffusione indubbiamente maggiore, ad esempio, di quelli di un’altra alchimista italiana coeva, Floriana Canale (autrice, tra l’altro, anche di un raro trattato sugli esorcismi e gli scongiuri) o della traduzione del libro di Marie Meurdrac (La Chimica caritatevole e facile in favor delle Dame… Venetia 1682). Già dal titolo, al contrario del libro della Meurdrac, il testo della Cortese non presenta una alchimia "…facile in favor delle dame" , ma si presenta tout-court come raccolta di Secreti, mutuando toni e tematiche dalla più criptica tradizione alchemica.Nel recensire l’opera di cui ci occupiamo, John Ferguson annotava nella sua Bibliotheca Chemica ( 1906) " The authoress is called Cortesa, Cortese, Cortesi, but I have not met with any account of here". A distanza di oltre 90 anni non possiamo aggiungere nulla in merito a quanto annotato da Ferguson, poiché, a tutt’oggi, non abbiamo notizie di sorta di Isabella Cortese. Sappiamo che i Secreti , unica opera nota dell’autrice, conobbero ampia e duratura diffusione , dal momento che ci sono note dodici edizioni veneziane, stampate tra il 1561 ed il 1677, di cui solo cinque citate da Ferguson. Quest’ultimo annota anche l’esistenza di una traduzione tedesca (Verborgene heimliche Kunste und Wunderwerke in der Alchymie, Medicin und Chyrurgia Hamburg 1592, 1596 e Frankfurt 1596). Ma la diffusione dei Secreti dovette essere capillare al di là delle eventuali traduzioni, poiché troviamo una lusinghiera citazione del libro nell’introduzione alle Douze Clefs de Philosophie de frere Basile Valentin…, l’edizione francese delle Dodici chiavi, edita nel 1660 da da Pierre Moet, e basata, come nota Eugene Canseliet nell’introduzione alla sua traduzione delle Dodici Chiavi, su di una precedente edizione del 1624, che il Moet riproduce integralmente semplicemente sostituendo la propria insegna a quella del precedente editore. Proprio nella prefazione aggiunta dall’editore Pierre Moet, e dedicata a quel famoso Digby (1603-1665) che fu alchimista, filosofo, viaggiatore, cancelliere alla corte inglese, corsaro e, probabilmente, spia, troviamo citato il testo della Cortese. Leggiamo infatti nell’introduzione del Moet " ….ay veu un livre Italien d’une Damoiselle qui s’appelle Dona Isabella Cortesi, qui a fait des vers in sa langue si bien faits, que je ne le puis oublier à vous les reciter en ce lieu……". Il Moet riporta i due sonetti tratti dall’opera della Cortese con notevoli errori di trascrizione, ma mostra comunque di apprezzare e conoscere l’opera.Come molte opere pubblicate in Italia tra la seconda metà del ‘500 e tutto il XVII secolo, il libro, e per lo più occupato da una collezione di ricette e di rimedi per una immensa varietà di impieghi terapeutici e cosmetici, mescolati a ricette di alchimia minerale e metallica. Senza soluzione di continuità, troveremo nell’opera un continuo saltellare tra una ricetta per fabbricare l’oro, una per far drizzare il membro maschile ed una per rendere la pelle femminile bianca e vellutata. Analoga impostazione, del resto, troviamo in molti libri alchemici del periodo (basti pensare, un titolo fra tutti, ai Secreti di Don Alessio Piemontese, al secolo l’erudito e letterato Girolamo Ruscelli, con oltre una dozzina di edizioni in italiano e quasi una cinquantina di edizioni in latino, tedesco, francese ed inglese, oppure alle opere di Domenico Auda). Una tale forma non deve però portarci a considerare con sufficienza il contenuto ermetico e simbolico delle opere, che spesso, confuse tra parti di contenuto metallurgico, cosmetico e farmaceutico, contengono esposizioni ermetiche e simboliche di originale fattura o direttamente mutuate ed adattate da testi classici di taglio filosofico ed ermetico. Sono proprio queste parti che, talvolta poste in apertura dell’opera, testimoniano, da parte degli autori, una precisa consapevolezza degli aspetti iniziatici della scienza di cui essi trattano. D’altronde è fuor di dubbio che è proprio il carattere di ricettari, di raccolta di secreti , a costituire il nocciolo del successo di tali libri, che stimolano il mercato sempre fiorente di speziali, medici, "soffiatori" e curiosi. Basta viceversa dare una rapida occhiata ai dati di pubblicazione delle opere in volgare (create quindi per un pubblico più vasto e non necessariamente di cultura accademica) per rendersi conto di come opere di taglio più scopertamente e dichiaratamente ermetico e simbolico, abbiano avuto ristampe ed impressioni assai meno frequenti.D’altro canto, se il carattere di ricettari determinò in buona parte il successo presso i contemporanei, nel contempo determinò il pressoché totale stato di oblio presso i posteri. Questi, relegarono frettolosamente opere di taglio simile nel regno dell’infanzia della scienza, consegnandole ad un non meritato oblio.Anche gli studi moderni sono, in merito al recupero di questo patrimonio testuale e storico, abbastanza avari.In particolare, non siamo a conoscenza di alcuna riedizione moderna, né di alcuna citazione significativa del testo di Isabella Cortese, né tantomeno di alcun approfondimento critico od indagine storica in merito a questa alchimista.Nel testo di Isabella Cortese troviamo una serie di topoi cari alla letteratura ermetico-alchemica, ed un esempio tipico può essere, tra gli estratti che presentiamo in questa sede, l’apertura del secondo capitolo, in cui l’autrice proclama l’amara delusione maturata in trent’anni di fallimenti, e la propria avversione per le trappole dell’oscuro linguaggio alchemico (che tuttavia adopererà con dovizia crittografica e mano esperta). Secondo questo topos sono proprio le drammatiche esperienze di fallimento e le avversità subite a spingere l’autrice alla piana (si fa per dire) e caritatevole esposizione che sta per prendere avvio. Analoghe considerazioni e dichiarazioni le troviamo in Flamel, nell’anonimo estensore della Lettera attribuita al Pontano, nel Sendivogio, in Bernardo Trevisano, e, secoli dopo, in apertura dell’Hermes Devoilé di Cyliani. L’alchimista che presenta il suo carico personale di peripezie e traversie, unitamente alla riprovazione per i sofismi e l’oscurità dei testi dei filosofi ed alchimisti precedenti ed accreditati, costituiscono una formula fissa che e tradizionale con cui gli alchimisti legittimano spesso la propria esposizione dottrinaria.Altra formula fissa è quella dei consigli, autorevoli proprio in virtù delle peripezie attraversate, qui presentati nell’altrettanto tradizionale forma di decalogo.Altro topos assai riconoscibile è poi quello del viandante (morto o comunque scomparso nel nulla) che lascia libri, lettere o carte illuminanti dietro di sé. Incontriamo questa topica in apertura del passo della Cortese sulla Pratica di Prete Benedetto da Vienna, che risulta indirizzata ad uno Stanislao di Cracovia.
I brani che presentiamo in questa sede sono scelti tra quelli che più esulano dall’impostazione del nudo e semplice ricettario, presentando, anche nella composizione di una semplice ricetta, precipitati simbolici e filosofici che rivelano la sicura consapevolezza del contenuto tradizionale della scienza alchemica.Si è scelto di evitare il rimaneggiamento in linguaggio moderno del testo, alleggerendo unicamente la punteggiatura, riportando all’uso moderno l’accentazione ed operando pochi altri rimaneggiamenti su alcune forme lessicali arcaiche. Ciò al fine di alleggerire l’approccio al testo per il lettore moderno.Sono state lasciate intatte le abbreviazioni alchimistiche di consueto utilizzo, altre su cui l’interpretazione è incerta sono state riprodotte in una forma il più possibile vicina all’originale. In particolare ricordiamo che il segno è il segno dell’oncia, se seguito da una s. (s.) significa semioncia (la metà dell’oncia). L’abbreviazione lib. sta invece per libbra . Con iij. è stata invece resa una abbreviazione (di peso) di incerta interpretazione assai usata dalla Cortese. Intatto è stato anche lasciato l’utilizzo del simbolismo alchemico planetario, che talvolta compare nel testoSe qualcuno tra i lettori avesse notizie ulteriori inerenti il testo o l’autrice, è pregato di contattare l’Alchemy Web Site.
Massimo Marra

4 de out. de 2007

Alquimia no feminino - Maria, a Judia

Maria a Judia foi uma filósofa e alquimista grega que viveu no Egipto. Foi Natália Correia quem me falou dela, pela primeira vez, informando-me ter sido ela a inventora do aquecimento «em banho-maria»; só recentemente decidi ir procurar mais alguma informação sobre esta mulher- o que não é muito fácil, como é de calcular.
Há quem a considere contemporânea de Aristóteles (384–322 a.C.); há quem considere que terá nascido no século posterior.
Maria, a Judia ou Maria, a Profetisa ou Mirian, meia-irmã de Moisés é referida na Torah (תּוֹרָה) ; aliás, é a primeira mulher referida na Torah como profetisa (ha-Naviá ) e é-lhe atribuído um papel fundamental na sobrevivência do povo de Israel, no Egipro, tendo participado também na travessia do mar vermelho.
Mirian terá sido uma das parteiras que se recusou a cumprir as ordens do faraó (deitar ao Nilo todos os meninos hebreus recém-nascidos).
(a continuar)

29 de set. de 2007

limpeza ecológica


A quem gosta de receitas de produtos caseiros, ecológicos, sugiro que espreite aqui
E aqui fica outra dica: as nódoas de vinho tinto saem do tecido se o esfregarmos com medronho (presumo que também funcione com outro tipo de aguardente)

carta astral (brevemente neste blog)

28 de set. de 2007

sabão artesanal (a água lava tudo menos a má língua; para esta, nada como sabão caseiro)


10 Kg de Sebo

5 Kg de Cinzas

10 litros de Água

1 Kg de Soda Cáustica

Como fazer:
Derreta o sebo em fogo lento até ficar uniforme. Ferva as cinzas juntamente com a água, durante 4 horas. Deixe a cinza assentar e use somente a água para juntar ao sebo. Mexa bem. Coloque lentamente a soda, já fora do fogo, e mexa bem até dissolver. Coloque em formas.

A cinza tem um alto poder de branquear.
Dica: Para clarear toalhas, coloque-as de molho, ensaboadas, num balde com uma “trouxinha” de cinzas. Lave normalmente no dia seguinte.
Obs: cuidado com o manuseamento da soda.



Base Glicerinada para Sabonete
Panela de esmalte
Essência de maracujá
Forma em PVC ou Silicone

Pique a base glicerinada para sabonete e coloque na panela de esmalte. Derreta em banho maria . Após derretida toda a base - verifique, com uma colher, se não há pedaços de glicerina não derretidos no meio da panela - misture a essência e mexa devagar. Despeje nas formas de PVC ou de Silicone e espere até solidificar - entre 40' e 80'.

enquanto não chega o inverno...




a lua cheia passou por cá







22 de set. de 2007



"O bom senso é, de todas as coisas entre os homens, a mais igualmente distribuída; todas as pessoas pensam que são tão abundantemente providas de bom senso, que até mesmo aqueles que são os mais difíceis de se satisfazer em outras coisas, normalmente não desejam uma medida maior desta qualidade que aquela que já possuem. E assim, não é provável que todos estejam bastante enganados com essa convicção, que é tomada como testemunho de que o poder de julgar corretamente e de distinguir a verdade do erro, o que é propriamente chamado de bom senso ou razão, é por natureza igual em todos os homens; e que a diversidade de nossas opiniões, por conseguinte, não surge de alguns sendo dotados de uma parte maior de razão que outros, mas somente disto, que nós administramos nossos pensamentos ao longo de caminhos diferentes, e não fixamos nossa atenção nos mesmos objetos. Ser possuidor de vigorosos poderes mentais não é o bastante; o requisito principal é justamente saber aplicá-los bem . As maiores mentes, assim como são capazes das maiores excelências, estão igualmente abertas às maiores aberrações; e aqueles que caminham muito lentamente podem fazer maiores progressos, se se mantiverem convictos do seu caminho, que aqueles que, enquanto correm, o abandonam."

Descartes

obrigada pelo que me fizeram






O importante não é o que fizeram de mim mas o que eu faço do que fizeram de mim...

20 de set. de 2007


Natália Correia



Cântico do País Emerso



Os previdentes e os presidentes tomam de ponta
Os inocentes que têm pressa de voar
Os revoltados fazem de conta fazem de conta...
Os revoltantes fazem as contas de somar.



Embebo-me na solidão como uma esponja
Por becos que me conduzem a hospitais.
O medo é um tenente que faz a ronda
E a ronda abre sepulcros fecha portais;



Os edifícios são malefícios da conjura
Municipal de um desalento e de uma Porta.
Salvo a ranhura para sair o funeral
Não há inquilinos nos edifícios vistos por fora


Que é dos meninos com cataventos na aérea
Arquitetura de gargalhadas em cornucópia?
Almas bovinas acomodadas à matéria
Pastam na erva entre as ruínas da memória,


Homens por dentro abandalhados em unhas sujas
Que desleixaram seu coração num bengaleiro;
Mulheres corujas seriam gregas não fossem as negras
Nódoas deixadas na sua carne pelo dinheiro;


Jovens alheios à pulcritude do corpo em festa
Passam por mim como alamedas de ciprestes
E a flor de cinza da juventude é uma aresta
Que me golpeia abrindo vácuos de flores silvestres


E essa ansidedade de mim mesma me virgula
Paula de pátria entressonhada. É um crisol.
E, o fruto agreste da linfa ardente que em mim circula
Sabe-me a sol. Sabe-me a pássaro. Pássaro ao sol.


Entre mim e a cidade se ateia a perspectiva
De uma angústia florida em narinas frementes.
Apalpo-me estou viva e o tacto subjectiva-me
a galope num sonho com espuma nos dentes.


E invoco-vos, irmãos, Capitães-Mores do Instinto!
Que me acenais do mar com um lenço cor da aurora
E com a tinta azulada desse aceno me pinto.
O cais é a urgência. O embarque é agora.
"É no paradigma da Grande Mãe que vejo a fonte cultural da mulher; por isso lhe chamo matrismo e não feminismo. É aquilo a que eu chamo o cansaço do poder masculino que desemboca no impasse temível do tal equilíbrio nuclear que criou uma situação propícia a que os valores femininos possam emergir, transportando a sua mensagem. "
NATÁLIA CORREIA

II - Canto-te


Canto-te para que tu definitivamente
existas
Canto o teu nome porque só as coisas cantadas
realmente são e só o nome pronunciado inicia
a mágica corrente
Canto o teu nome como o homem fazia eclodir
o fogo do atrito das pedras
Canto o teu nome como o feiticeiro invoca
a magia do remédio
Canto o teu nome como um animal uiva
de
Como os animais pequenos bebem nos regatos depois
das grandes feras
Canto-te
e tu definitivamente existes nos meus olhos
Sempre abertos porque é sempree os meus olhos
são os olhos da criança que nós somos sempre
diante da imensidão do teu espaço
Canto-te
e os meus olhos sempre abertos são a pergunta
instante pendente de eu te interrogar
e interrogo as coisas em seu ser noctumo
em seu estar sombriamente presentes na tua claridade
obscura
E como é sempre
meus olhos abertos prescrutam-te
símbolo de tudo o que me foge
como apertar o ar dentro das mãos
e querer agarrar-te
oh substância
Canto-te
com a fragilidade de tudo que existe perante
uma eternidade demasiado nocturna para os nossos
olhos infantis perante a tua antiguidade
futura
E a nossa voz é uma pequena onda no dorso
do teu oceano de matéria
Um leve arrepio apenas na espantosa espessura
de teu éter
Ah no ar é que tudo acontece
no ar nocturno das idades esquecidas
que previamente desconheceremos
No espaço é que tudo acontece
e o espaço é uma grande muito quieta
onde os nossos olhos penetram
no não sabermos até onde
ali
além
no além onde tudo acontece
Oh
oh espaço de tudo ser tão ligeiro e impalpável
e sermos nós a respiração da
teu bafo ritmado
imperceptível distância
Oh augusta majestática dignidade do silêncio
Oh impassibilidade da tua mecânica celeste
Oh organismo primeiro de todos os fins secretos
da compreensão das coisas
Oh inorgânico organismo dos seres
que se devoram
Oh diz
a quem servimos nós de pasto
Canto-te
como quem pronuncia o Mantra esotérico do teu nome
Canto-te e grito
para que a poeira que se infiltra em todas as
coisas se erga de ti como um plâncton
Oh Madre
matriz das criaturas inferiores que rastejam
a teus pés cobertas de pó
esse pó que a cada momento ameaça submergir-nos
Oh aranha enorme tecendo tua teia de pó
Oh que desintegras tudo e tudo tu constróis
Ah como nós lambemos tuas duras mãos
Oh que fustigas nossos olhos com tua sombra
Enorme
Oh que deixas tanto espaço para o silêncio
das mil pétalas
dos mil braços esplendorosos em seu abandono
dos murmúrios
dos afagos
sangue derramado sobre o mundo
Oh
Porque és sempre tão premente?
e sempre estás ausentemente
na tua constância em todas as coisas?
Oh sono
Oh morte tão desejada e longa
mágica povoada de átomos
milhões de espíritos enchem o teu sopro
E penetras em nós como uma bala
E tudo morre quando tu chegas
E tudo se dilui e se transforma em ti
alada presciência de tudo acontecer
tão longe de nós e tão antigamente
e tudo nos ultrapassar com soberana indiferença
ante os nossos olhos cegos pelo teu negrume
Oh
brilha para dentro de mim
Acende teus luzeiros em meus olhos
Ergue teus braços oh prenhe de tudo
Oh vaso
Oh via láctea de nos amamentares com teu leite
de sombra
Oh úbere e pródiga
Aleita tua ninhada faminta
Grande fera luzidia
Grande mito
Grande deus antigo
Oh urna onde todos dormimos
Oh
Meus olhos choram já de tanto prescrutar-te
E canto-te
Canto-te
Para que tu existas
E eu não veja mais nada além de ti
E nada mais deseje senão que venhas outra vez
levar-me para dentro do teu ventre
de nunca mais haver
E nada mais haver que
Oh tu definitivamente além

Ana Hatherly
Poemas de Eros Frenético e Contemporâneos
um calculador de improbabilidades
Quimera
1ª edição 2001