8 de fev. de 2009
Pobres banqueiros....
Claro que o problema da fome, esse não é, não foi, não será resolvido pelos políticos... isso é coisa para gente de bem....
27 de dez. de 2007
24 de dez. de 2007
22 de dez. de 2007
6 de nov. de 2007
9 de out. de 2007
ainda os segredos de Isabella Cortese: Trattamenti cosmetici dal passato e del presente

"...la mattina quando vi levate dal letto, o stando a letto, estendevi il saponetto pel viso in su la faccia, poi quando sarete vestita, con una imboccata d'acqua bagnerete un drappo, e con quel ne laverete la faccia a poco a poco insaponando fin che tutto si lavarà...e la faccia resterà lucente, che questo saponetta la netta e mangia le panne, le lentiggini e se la donna ha la pelle grassa tengalo un'ora...e serà ben fatto". Sono le indicazioni e gli usi di un "saponetto pel viso" fatto con tre libbre di sapone tenero di buon olio, una quarta di zuccaro candi, una di borace, e un quarto di una quarta di canfora. Vale a dire quasi un chilo di sapone molle mescolato accuratamente con 200 grammi di zucchero candido, 200 grammi di borace e tre once di canfora; il tutto veniva emulsionato con succo di radice di giglio bianco. Un discreto "latte di pulizia" che serviva a "conservar la faccia" inventato tre secoli or sono da una nobildonna veneziana di nome Isabella Cortese autrice di una celebre raccolta di "Secreti cosmetici" che costituì per almeno un secolo una sorta di best seller dei manuali dedicati alla cura della persona. Un libro che tenne banco nelle librerie, e forse anche nelle spezierie, dal 1561 - data della prima edizione a noi nota (I Secreti de la Signora Isabella Cortese) - al 1677, vantando il successo di almeno 15 edizioni diverse.
A quei tempi non si amava molto, si sa, l'uso del sapone e anche questo ricettario lo manifesta palesemente, tuttavia la nostra Signora, che aveva una naturale propensione per le "debolezze" del bel mondo, insisteva nel cimentarsi ad insegnare alle signore del suo rango a farsi pomate ed empiastri per liberarsi da quelle fastidiose e sconvenienti impurezze della loro pelle.L'uso degli impacchi da applicare sul viso con lo scopo di "nettar la pelle" da volgari inestetismi era poi molto frequente fin dai tempi più antichi. Si trattava di vere e proprie maschere di pulizia, o "mute", come venivano definite, fatte per lo più con farine vegetali, farine di tuberi ad alto contenuto di saponine, impastate con argilla, chiara d'uovo, gomma arabica, colla di pesce e miele. Si tenevano sul viso per alcune ore o per una intera notte a seconda dei casi.Quando si limitavano all'impiego delle farine vegetali, del miele o dell'olio di mandorle, queste "mute" per certi aspetti non si discostavano molto dalle moderne maschere di pulizia, ma diventavano un vero e proprio supplizio quando, con la promessa di far la pelle bianca come l'avorio, proponevano intrugli di uova e farina di senape da tener sul viso "fin tanto che la pelle potrà soffrire" per poi togliere il tutto con un singolare tonico-detergente come l'urina.
C'è un'erba, in ogni caso, che sembra essersi resa utile a tale scopo fin dai tempi più antichi: il suo nome è Arctium Lappa, in altre parole quella sorta di cespuglio a foglie larghe e provvisto di numerose caratteristiche infruttescenze ricoperte di squame uncinate che si appiccicano ai vestiti, nota a tutti con il nome di "bardana". Uno dei più antichi erbari miniati del Medioevo, a cui è stato attribuito il nome di Herbarium Apulaei, la raffigura in tutta la grandezza delle sue foglie e la celebra quale rimedio utile contro un numero infinito di malattie compresi quei "vulnera omnia" che causavano gli inestetismi cutanei.Non erano certo fantasie miracolistiche se consideriamo - alla luce delle recenti scoperte farmacognostiche - che la bardana contiene, in tutte le sue parti, un principio di natura lattonica definito arctina che sembra esercitare un'azione batteriostatica di notevole efficacia. Questo principio attivo fa della bardana - in particolare della sua radice - un efficace rimedio contro la foruncolosi, l'acne e le piodermiti in genere. Il trattamento è prevalentemente per uso topico sotto forma di creme, lozioni e detergenti a base di estratti di bardana, ma può essere anche per uso interno mediante l'assunzione di un semplicissimo decotto fatto con la sua radice essiccata.

TRATTAMENTO ANTIACNE ALLA BARDANA
Estratto di bardana g 10
Estratto di ginepro g 5
Estratto di timo g 5
In soluzione fisiologica e agente gelificante qb ml 50
Per il trattamento topico dell'acne
TONICO PURIFICANTE DEL VISO ALLA BARDANA
Estratto di bardana g 10
Estratto di timo g 5
Estratto di calendula g 5
Soluzione fisiologica qb ml 100
Da applicare sul viso, come impacco purificante, dopo la pulizia serale.
CREMA PURIFICANTE DEL VISO ALLA BARDANA
Estratto di bardana g 5
Estratto di calendula g 2
Estratto di propoli g 1
In emulsione cremosa non ionica qb ml 50
Da applicare sul viso dopo la pulizia.
Introduzione ai Secreti di Isabella Cortese



INTRODUZIONE AI SECRETI DI ISABELLA CORTESE
a cura di Massimo Marra
Una vasta e dimenticata produzione, quella alchimistica italiana che, tra il XVI ed il XVII sec. rinveniamo in una serie di opere a stampa, spesso neanche repertoriate nelle bibliografie internazionali.Il libro della Cortese, per la molteplicità di edizioni note, è ben conosciuto, eppure relegato nel limbo di una produzione considerata minore, del cui valore sarebbe forse il caso di operare una rivalutazione.Tra le poche donne alchimiste di cui sono note opere a stampa, in Italia, il caso di Isabella Cortese è emblematico. I suoi Secreti ebbero diverse ristampe, e conobbero diffusione indubbiamente maggiore, ad esempio, di quelli di un’altra alchimista italiana coeva, Floriana Canale (autrice, tra l’altro, anche di un raro trattato sugli esorcismi e gli scongiuri) o della traduzione del libro di Marie Meurdrac (La Chimica caritatevole e facile in favor delle Dame… Venetia 1682). Già dal titolo, al contrario del libro della Meurdrac, il testo della Cortese non presenta una alchimia "…facile in favor delle dame" , ma si presenta tout-court come raccolta di Secreti, mutuando toni e tematiche dalla più criptica tradizione alchemica.Nel recensire l’opera di cui ci occupiamo, John Ferguson annotava nella sua Bibliotheca Chemica ( 1906) " The authoress is called Cortesa, Cortese, Cortesi, but I have not met with any account of here". A distanza di oltre 90 anni non possiamo aggiungere nulla in merito a quanto annotato da Ferguson, poiché, a tutt’oggi, non abbiamo notizie di sorta di Isabella Cortese. Sappiamo che i Secreti , unica opera nota dell’autrice, conobbero ampia e duratura diffusione , dal momento che ci sono note dodici edizioni veneziane, stampate tra il 1561 ed il 1677, di cui solo cinque citate da Ferguson. Quest’ultimo annota anche l’esistenza di una traduzione tedesca (Verborgene heimliche Kunste und Wunderwerke in der Alchymie, Medicin und Chyrurgia Hamburg 1592, 1596 e Frankfurt 1596). Ma la diffusione dei Secreti dovette essere capillare al di là delle eventuali traduzioni, poiché troviamo una lusinghiera citazione del libro nell’introduzione alle Douze Clefs de Philosophie de frere Basile Valentin…, l’edizione francese delle Dodici chiavi, edita nel 1660 da da Pierre Moet, e basata, come nota Eugene Canseliet nell’introduzione alla sua traduzione delle Dodici Chiavi, su di una precedente edizione del 1624, che il Moet riproduce integralmente semplicemente sostituendo la propria insegna a quella del precedente editore. Proprio nella prefazione aggiunta dall’editore Pierre Moet, e dedicata a quel famoso Digby (1603-1665) che fu alchimista, filosofo, viaggiatore, cancelliere alla corte inglese, corsaro e, probabilmente, spia, troviamo citato il testo della Cortese. Leggiamo infatti nell’introduzione del Moet " ….ay veu un livre Italien d’une Damoiselle qui s’appelle Dona Isabella Cortesi, qui a fait des vers in sa langue si bien faits, que je ne le puis oublier à vous les reciter en ce lieu……". Il Moet riporta i due sonetti tratti dall’opera della Cortese con notevoli errori di trascrizione, ma mostra comunque di apprezzare e conoscere l’opera.Come molte opere pubblicate in Italia tra la seconda metà del ‘500 e tutto il XVII secolo, il libro, e per lo più occupato da una collezione di ricette e di rimedi per una immensa varietà di impieghi terapeutici e cosmetici, mescolati a ricette di alchimia minerale e metallica. Senza soluzione di continuità, troveremo nell’opera un continuo saltellare tra una ricetta per fabbricare l’oro, una per far drizzare il membro maschile ed una per rendere la pelle femminile bianca e vellutata. Analoga impostazione, del resto, troviamo in molti libri alchemici del periodo (basti pensare, un titolo fra tutti, ai Secreti di Don Alessio Piemontese, al secolo l’erudito e letterato Girolamo Ruscelli, con oltre una dozzina di edizioni in italiano e quasi una cinquantina di edizioni in latino, tedesco, francese ed inglese, oppure alle opere di Domenico Auda). Una tale forma non deve però portarci a considerare con sufficienza il contenuto ermetico e simbolico delle opere, che spesso, confuse tra parti di contenuto metallurgico, cosmetico e farmaceutico, contengono esposizioni ermetiche e simboliche di originale fattura o direttamente mutuate ed adattate da testi classici di taglio filosofico ed ermetico. Sono proprio queste parti che, talvolta poste in apertura dell’opera, testimoniano, da parte degli autori, una precisa consapevolezza degli aspetti iniziatici della scienza di cui essi trattano. D’altronde è fuor di dubbio che è proprio il carattere di ricettari, di raccolta di secreti , a costituire il nocciolo del successo di tali libri, che stimolano il mercato sempre fiorente di speziali, medici, "soffiatori" e curiosi. Basta viceversa dare una rapida occhiata ai dati di pubblicazione delle opere in volgare (create quindi per un pubblico più vasto e non necessariamente di cultura accademica) per rendersi conto di come opere di taglio più scopertamente e dichiaratamente ermetico e simbolico, abbiano avuto ristampe ed impressioni assai meno frequenti.D’altro canto, se il carattere di ricettari determinò in buona parte il successo presso i contemporanei, nel contempo determinò il pressoché totale stato di oblio presso i posteri. Questi, relegarono frettolosamente opere di taglio simile nel regno dell’infanzia della scienza, consegnandole ad un non meritato oblio.Anche gli studi moderni sono, in merito al recupero di questo patrimonio testuale e storico, abbastanza avari.In particolare, non siamo a conoscenza di alcuna riedizione moderna, né di alcuna citazione significativa del testo di Isabella Cortese, né tantomeno di alcun approfondimento critico od indagine storica in merito a questa alchimista.Nel testo di Isabella Cortese troviamo una serie di topoi cari alla letteratura ermetico-alchemica, ed un esempio tipico può essere, tra gli estratti che presentiamo in questa sede, l’apertura del secondo capitolo, in cui l’autrice proclama l’amara delusione maturata in trent’anni di fallimenti, e la propria avversione per le trappole dell’oscuro linguaggio alchemico (che tuttavia adopererà con dovizia crittografica e mano esperta). Secondo questo topos sono proprio le drammatiche esperienze di fallimento e le avversità subite a spingere l’autrice alla piana (si fa per dire) e caritatevole esposizione che sta per prendere avvio. Analoghe considerazioni e dichiarazioni le troviamo in Flamel, nell’anonimo estensore della Lettera attribuita al Pontano, nel Sendivogio, in Bernardo Trevisano, e, secoli dopo, in apertura dell’Hermes Devoilé di Cyliani. L’alchimista che presenta il suo carico personale di peripezie e traversie, unitamente alla riprovazione per i sofismi e l’oscurità dei testi dei filosofi ed alchimisti precedenti ed accreditati, costituiscono una formula fissa che e tradizionale con cui gli alchimisti legittimano spesso la propria esposizione dottrinaria.Altra formula fissa è quella dei consigli, autorevoli proprio in virtù delle peripezie attraversate, qui presentati nell’altrettanto tradizionale forma di decalogo.Altro topos assai riconoscibile è poi quello del viandante (morto o comunque scomparso nel nulla) che lascia libri, lettere o carte illuminanti dietro di sé. Incontriamo questa topica in apertura del passo della Cortese sulla Pratica di Prete Benedetto da Vienna, che risulta indirizzata ad uno Stanislao di Cracovia.
I brani che presentiamo in questa sede sono scelti tra quelli che più esulano dall’impostazione del nudo e semplice ricettario, presentando, anche nella composizione di una semplice ricetta, precipitati simbolici e filosofici che rivelano la sicura consapevolezza del contenuto tradizionale della scienza alchemica.Si è scelto di evitare il rimaneggiamento in linguaggio moderno del testo, alleggerendo unicamente la punteggiatura, riportando all’uso moderno l’accentazione ed operando pochi altri rimaneggiamenti su alcune forme lessicali arcaiche. Ciò al fine di alleggerire l’approccio al testo per il lettore moderno.Sono state lasciate intatte le abbreviazioni alchimistiche di consueto utilizzo, altre su cui l’interpretazione è incerta sono state riprodotte in una forma il più possibile vicina all’originale. In particolare ricordiamo che il segno è il segno dell’oncia, se seguito da una s. (s.) significa semioncia (la metà dell’oncia). L’abbreviazione lib. sta invece per libbra . Con iij. è stata invece resa una abbreviazione (di peso) di incerta interpretazione assai usata dalla Cortese. Intatto è stato anche lasciato l’utilizzo del simbolismo alchemico planetario, che talvolta compare nel testoSe qualcuno tra i lettori avesse notizie ulteriori inerenti il testo o l’autrice, è pregato di contattare l’Alchemy Web Site.
Massimo Marra
4 de out. de 2007
Alquimia no feminino - Maria, a Judia
Maria a Judia foi uma filósofa e alquimista grega que viveu no Egipto. Foi Natália Correia quem me falou dela, pela primeira vez, informando-me ter sido ela a inventora do aquecimento «em banho-maria»; só recentemente decidi ir procurar mais alguma informação sobre esta mulher- o que não é muito fácil, como é de calcular. 










